L’evoluzione degli stili birrari italiani negli ultimi anni

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Mi piace riportare un interessante articolo trovato su www.cronachedibirra.it dove effettua un interessante analisi sull’evoluzione in italia degli stili Birrai negli ultimi anni, mettendo a confronto un periodo ante 2012 compreso e dal 2013 ad oggi.

Ovviamente essendo numeri, vanno presi per quello che sono ed ognuno di noi può fare le proprie considerazioni. Non sono d’accordo con il commento finale all’articolo che fa passare il messaggio che il cambio di produzione verso un percorso meno vario sia poco incoraggiante, per il mio modestissimo parere, la lettura di questi dati da l’idea di una continua ed evolutiva ricerca di una identità da parte dei nostri Birrai che non mi preoccupa ma mi rende comunque vigile, nello sperare che più che gli stili che cambiano e si evolvono, si cerchi di mantenere la qualità dei prodotti che vengono messi in commercio.

Buona lettura e sopratutto buona riflessione!!!

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Recentemente il sito Microbirrifici.org ha cambiato la sua veste graficamente e parallelamente lo staff ha cominciato a pubblicare una serie di grafici sull’evoluzione del settore italiano. Uno dei più interessanti è quello che mostra come sono cambiate le tipologie di birra prodotte nel nostro paese negli ultimi anni: avere dei dati precisi è il modo migliore per verificare ipotesi e teorie sulle tendenze del mercato. L’analisi del sito ha raffrontato due archi temporali composti da gruppi numerici sostanzialmente simili: le produzioni immesse sul mercato fino al 2012 (compreso) e quelle affacciatevisi dal 1 gennaio 2013 a oggi. Come prevedibile, i dati mostrano dei trend piuttosto chiari.

Il primo è il più scontato e quindi lo archiviamo subito. Sto ovviamente parlando dell’irrefrenabile ascesa delle tipologie “luppolate”, che a ben vedere era cominciata già prima dello spartiacque preso in considerazione. Seguendo comunque il ragionamento di Microbirrifici.org si rileva come la fetta di mercato coperta da India Pale Ale (e derivazioni) e American Pale Ale sia praticamente triplicata: le prime sono passate dal 3% al 9%, le seconde dal 4% al 12%. Negli ultimi tre anni e mezzo dunque una birra ogni cinque realizzata dai microbirrifici nazionali appartiene a questi stili, per la felicità di tutti gli hophead d’Italia (o forse no).

Se però siete tra quelli che pensano che il mercato sia completamente dominato da birre extra luppolate, dovete ricredervi. La percentuale maggiore (16%) è infatti coperta dalle “specialità”, cioè da quelle produzioni che non rientrano in stili ben precisi. Un aspetto che conferma la “creatività” dei nostri birrai e la loro capacità (e spesso possibilità) di giocare senza schemi troppo vincolanti. La percentuale di questa tipologia è addirittura cresciuta rispetto al precedente arco temporale (+4%) e probabilmente il trend si accentuerà in futuro, soprattutto se consideriamo il successo che stanno avendo le Italian Grape Ale.

Nonostante quello che si potrebbe pensare, le basse fermentazioni negli ultimi anni hanno visto ridurre decisamente il loro mercato a favore delle alte. Il caso più esemplare è incarnato dalle birre leggere, che in passato erano rappresentate dalle European Pale Lager, mentre oggi al loro posto sono subentrate le Light Ale. L’avvicendamento è piuttosto evidente: fino al 2012 le prime coprivano il 10% del mercato, mentre le seconde si fermavano al 6%; oggi le Light Ale arrivano al 10% con le European Pale Lager che hanno visto contrarre la loro quota fino al 5%. In altre parole la situazione si è totalmente ribaltata.

Ma sono tutti gli stili a bassa fermentazione ad aver subito un calo, perché evidentemente associati a un periodo più pionieristico del movimento, legato principalmente ai birrifici e ai brewpub del nord Italia. Un discorso simile vale per gli stili appartenenti alla cultura brassicola belga, una volta faro del nostro movimento e oggi realtà molto meno diffusa. Le Ale belghe e francesi fino al 2012 coprivano il 10% del mercato, oggi sono scomparse dal grafico – ma qui ho il sospetto che ci sia un errore nei calcoli. Resistono invece le incarnazioni più alcoliche (Belgian Strong Ale), che perdono solo un punto percentuale.

In calo, ma nel complesso abbastanza stabili, le tipologie di origine anglosassone: le Bitter perdono due punti percentuali (dal 7% al 5%), le Stout uno (dal 4% al 3%), i Barley Wine e le Imperial Stout invece ne guadagnano uno (dal 2% al 3%). Insomma, l’Italia è sempre meno un paese per stili classici, come dimostra anche l’aumento delle birre con spezie ed erbe (+1%), di quelle alla frutta (+1%) e di quelle acide (+2%). Persino le birre di grano (soprattutto Weizen e Blanche) sono in forte riduzione, essendo passate dal 7% al 4%.

Al di là di trend più o meno evidenti, qual è la morale finale di questo confronto? Secondo me è nascosta nella percentuale totale rappresentata dalle prime 5 tipologie per percentuale. Fino al 2012 le prime 5 tipologie (Specialità, Ale Belghe e Francesi, European Pale Lager, Birre con spezie/erbe e Birre di grano) coprivano il 47% del mercato. Dal 2013 le prime 5 tipologie (Specialità, APA, Light Ale, IPA e Birre con spezie/erbe) conquistano il 56% del mercato. Se consideriamo che un paio di quest’ultime hanno caratteristiche molto simili, la conclusione è che in passato bevevamo in modo decisamente più vario di oggi, con una maggiore copertura dei principali stili mondiali.

Una morale, insomma, non molto incoraggiante…

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